Martina Levato: ecco perché le hanno tolto il bambino appena nato

“La separazione dalla madre dalla nascita corrisponde all’interesse del bambino”

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Tra oggi e domani è possibile che i giudici del Tribunale dei Minori di Milano emettano un provvedimento ‘temporaneo’ sul destino del figlio di Martina Levato e Alexander Boettcher, in attesa della decisione definitiva sulla possibilità di una procedura di adozione per il piccolo. “Il bambino di Martina già da oggi potrebbe essere collocato in un’altra struttura, diversa dall’Icam e affidato alla tutela dei servizi sociali del Comune di Milano”, spiega l’avvocato della famiglia Levato, Laura Cossar. Il pm di turno al tribunale dei minori avrebbe presentato un ricorso per ‘l’adottabilità’ del figlio della coppia condannata a 14 anni di carcere per l’aggressione con l’acido a un ex fidanzato della 23enne, diventata mamma la notte di Ferragosto alla clinica Mangiagalli di Milano. Perché è stata presa una decisione così drastica e repentina? Lo  spiega all’ANSA Giuseppe Magno, già direttore del Dipartimento sulla Giustizia minorile al ministero di via Arenula, dopo una lunga carriera da magistrato: evitare che un bambino cresca in carcere e a contatto con chi non è in grado di curarsi di lui, soprattutto dal punto di visto educativo: ci sono quasi certamente queste motivazioni dietro la decisione del pm per i minorenni di Milano Anna Maria Fiorillo di separare temporaneamente Martina Levato, la giovane donna condannata per le aggressioni con l’acido, dal figlio partorito qualche giorno fa. Un provvedimento che non ha necessariamente come via d’uscita obbligata l’adozione del piccolo , con la conseguenza di recidere definitivamente i rapporti tra lui e i genitori biologici: “può preludere a diverse soluzioni, non apre a una sola via da seguire per forza”,

MARTINA LEVATO: PERCHÈ LE HANNO TOLTO IL BAMBINO – “Non giudico negativamente la scelta fatta, al contrario la ritengo inevitabile. La separazione dalla madre dalla nascita corrisponde all’interesse del bambino- dice Magno- Non è accettabile, anzi è deprecabile che un bambino cresca in carcere e a contatto con una madre, che ,se le accuse contro di lei fossero confermate, si è comportata in modo che definire scriteriato é poco”. Se accertati, i fatti contestati a Martina e al padre del bambino dimostrano da parte loro “una totale mancanza di rispetto per il prossimo e non denotano un particolare equilibrio psico-affettivo”. Per questo, in casi simili, “la prima cosa da fare è un’operazione chirurgica di distacco, per limitare i danni al bambino”. Un passo necessario,ma che comunque non porta necessariamente all’adozione. “Separare un figlio dalla nascita non significa considerarlo abbandonato. Ma ricercare la soluzione migliore possibile per lui nella situazione data”.E , almeno ” in teoria”, per Magno, la strada da preferire sarebbe quella dell’affidamento, che ,”se è possibile, viene fatto in favore dei parenti più stretti, nonni o zii, dopo aver verificato che abbiamo conservato buone capacità educative, ma anche psico-fisiche. Altrimenti si ricorre a una famiglia affidataria”.

UNA SCELTA PER TUTELARE IL BAMBINO – Una scelta che non comporta affatto l’interruzione dei rapporti con la famiglia di origine del bambino: “ci sono tanti esempi positivi di famiglie affidatarie che hanno svolto bene il loro compito e nello stesso tempo hanno consentito di conservare il rapporto del bimbo con i genitori biologici”. Questo tipo di percorso lascia tutte le porte aperte e dunque può portare ad un esito diverso da quello dell’adozione, se i genitori biologici “recuperano se stessi e mostrano sia l’interesse sia la capacità di allevare il figlio”. Si tratta di valutazioni che richiedono “estrema attenzione e delicatezza”. Per questo è opportuno che intorno a questa e a vicende del genere non ci sia troppo clamore: “le opinioni gridate nei talk show, anche da parte di chi sa poco, disturbano parecchio l’attività di chi deve trovare una soluzione che è per sua natura difficile. Senza togliere a nessuno la libertà di espressione è opportuno un minimo riguardo nei confronti del bambino e di chi sta lavorando per evitargli danni più gravi”.

Anche sul Corriere della Sera Fabio Rola, giudice del tribunale di Milano, spiega la decisione:

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