“Vi racconto cosa è successo la sera che è morta Ashley Olsen”

La versione di Cheik Tidiane Diaw, il 27enne senegalese fermato dalla polizia per l’omicidio della statunitense Ashley Olsen

Cheik Diaw ashley olsen

Cheik Tidiane Diaw, il 27enne senegalese fermato dalla polizia per l’omicidio della statunitense Ashley Olsen, trovata morta il 9 gennaio scorso nel suo monolocale a Firenze, spiega cosa è successo la sera della morte della 35enne americana. Una vita da immigrato irregolare in Italia, fatta di lavoretti saltuari e malpagati. C’erano le nottate sulle piste da ballo delle discoteche fiorentine. Cheik era arrivato in Italia circa dieci mesi fa. Un lungo viaggio della speranza iniziato da Dakar, in Senegal, per raggiungere i due fratelli a Firenze. Prima che la polizia lo arrestasse viveva con loro in un appartamento non lontano dal centro. Un ragazzone alto un metro e 90, sorridente nei selfie postati su facebook. Ma anche capace di una violenza inaudita.

Ai pm racconta: «Venerdì 8 gennaio sono stato nel locale “Dolce Zucchero” fino alle 4, dopo sono andato al Montecarla con un taxi. Ero ubriaco. Ho salutato il buttafuori e ho visto tre ragazze. Una parlava italiano. Ho offerto loro da bere e ho iniziato a conversare con quella che parlava italiano» Era Ashley Olsen.«Al piano superiore del locale un giovane albanese ha consegnato cocaina alla ragazza che parlava italiano e che l’ha offerta anche a me. Mi ha invitato ad andarea casa sua. Io non volevo perché stavo male. Lei ha insistito everso le 6.30-7 circa siamo andati da lei. Lì abbiamo bevuto e consumato cocaina. Poi sono uscito per andare a comprare le sigarette. Lei ha dato le chiavi di casa per rientrare ed è rimasta ad aspettarmi. Al ritorno non riuscivo a ricordarmi quale fosse il portone,e ho chiesto aiuto a delle persone, che mi hanno indicato dove abitava Ashley».«Dopo che sono tornato —prosegue Cheik — abbiamo avuto un rapporto sessuale nel letto sul soppalco. Sono andato in bagno, ho gettato il preservativo e una cicca nel water. Poi Ashleyha cominciato a dirmi “vattene via, ché viene il mio fidanzato”. Mi ha trattato come un cane, mi ha spintonato e mi ha fatto sbattere il fianco sulla porta». A riprova mostra un livido. «Allora anche io l’ho spinta e l’ho colpita con un pugno alla nuca. Lei è caduta a terra a faccia in giù ma si è rialzata e ha ricominciato a spintonarmi. Io ho reagito e le ho dato una spinta. Lei è caduta all’indietro battendo la testa sul pavimento. Non si rialzava e allora l’ho presa per il collo e l’ho tirata su»

Cheik Diaw dice di aver lasciato viva Ashley quando è andato via:

«Nego di averla stretta al collo per strangolarla». Nega e ancora nega, sebbene sul collo di Ashley ci siano i segni di strangolamento con una corda sottile, forse un cavo o una catenina. «L’ho riportata sul letto nel soppalco. Lei diceva che stava male. Io sono andato via verso le otto e mezzo e ho preso il suo telefono cellulare che era accanto al mio. Ero ubriaco e avevo fatto uso di cocaina, per cui non ho ricordi molto precisi. Ho utilizzato il telefono della ragazza con la mia scheda, poi l’ho buttato via per strada nel pomeriggio. Nego di aver rubato l’Ipad, la borsa e le chiavi di casa di Ashley». Sono oggetti che non si trovano nel piccolo appartamento nel quartiere di Santo Spirito in cui viveva la giovane donna americana. Può averli presi soltanto Cheik, ma lui nega, con qualche incertezza solo sulle chiavi di casa. «Non mi ricordo se le ho buttate via», ha ammesso. Se dice il vero, ha sbattuto a terra con violenza una ragazza esile e indifesa e l’ha lasciata agonizzante senza chiedere aiuto,senza chiamare i soccorsi. Le ha rubato il cellulare, forse anche le chiavi di casa e verosimilmente l’Ipad e la borsa. Nel raccontare la sua versione dei fatti non versa una lacrima. E alla fine ripete: «Non pensavo che Ashley morisse. Non volevo ucciderla».

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