Pietro Maso indagato per estorsione alle sorelle

La Procura di Verona ha iscritto Pietro Maso nel registro degli indagati con l’accusa di tentata estorsione nei confronti delle sorelle

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Pietro Maso pochi giorni dopo essere tornato sulle pagine dei giornali per la storia della telefonata di Papa Francesco e per le foto “da sirenetto” su Chi, è di nuovo oggetto dell’attenzione dei media, questa volta per una vicenda giudiziaria che lo coinvolge come racconta il Corriere del Veneto:

Finì dietro le sbarre quando non era ancora ventenne, adesso che è un uomo (nuovamente) libero di 44 anni, la metà dei quali trascorsi in cella, la magistratura scaligera torna a occuparsi di lui. «Tentata estorsione ai danni delle sorelle»: è con questa ipotesi di reato, infatti, che la procura di Verona ha appena iscritto il nome di Maso sul registro degli indagati.
Il fascicolo è stato aperto poco prima di Natale ed è stato assegnato al pubblico ministero Giovanni Pietro Pascucci. A confermare la notizia è lo stesso procuratore Mario Giulio Schinaia: «Si tratta di un’inchiesta avviata sulla base dei contenuti di un esposto presentato direttamente dalle parti lese». Si tratta delle sorelle di Pietro, Nadia e Laura. È a loro che Maso, una volta tornato completamente e definitivamente in libertà, avrebbe chiesto soldi. Non lo avrebbe fatto una sola volta, ma in più occasioni, inducendo alla fine le due sorelle a segnalare alla magistratura quanto stava accadendo. Il passo successivo lo ha effettuato la procura, da cui è stato subito aperto un fascicolo d’indagine nei confronti di Maso: «Atto dovuto », lo definisce Schinaia, che ha «letto personalmente» la lettera- denuncia giunta dalle sorelle di Pietro: «I contenuti erano chiari e inequivocabili», spiega il capo della procura scaligera. Un reato quale la «tentata estorsione», di norma, presuppone una minaccia, la prospettiva di un danno grave nel caso in cui la vittima non dovesse soddisfare una pretesa come può essere quella economica. Dunque Maso avrebbe anche minacciato le sorelle? «Non è detto – precisa Schinaia -, per qualificare penalmente una richiesta di denaro come reato di “tentata estorsione”, può risultare sufficiente che tale richiesta di soldi venga fatta con anomala insistenza, con toni e modi eccessivi. Può bastare questo»

PIETRO MASO: LA STORIA DELLA TELEFONATA DEL PAPA – “Mi chiamo Pietro Maso, a luglio compio 45 anni e sono stato in carcere 22 anni per aver ucciso i miei genitori il 17 aprile 1991. Io ero il Male. Eppure Papa Francesco ha avuto compassione di me”. Chiusi i conti con la giustizia dello Stato, Pietro Maso, prototipo del figlio-killer nella cronaca nera italiana, cerca di sistemare il più difficile conto con la propria coscienza. Una nuova fase della vita, dopo il matrimonio, l’uscita dal carcere nell’aprile 2013, il reinserimento nella società – vive a Milano con la moglie, Stefania, sposata otto anni fa – che ha portato l’ex giovane della ‘Verona bene’ a scrivere una lettera a Papa Francesco, per chiedere perdono. Un fatto che risale al 2013, di cui Maso ha parlato in un’intervista al settimanale ‘Chi’, della quale è stata diffusa un’anticipazione. “Ho scritto una lettera al Papa – racconta – in cui mi scusavo per quello che ho fatto 25 anni fa e pregavo per la pace. Dopo qualche giorno ha suonato il telefono: ‘Sono Francesco, Papa Francesco’”. Pietro Maso oggi ha 44 anni, metà dei quali trascorsi dietro le sbarre. Fu lui, prima di Erika e Omar, a rappresentare nell’immaginario collettivo l’orrore del figlio che uccide i suoi stessi genitori, senza un vero movente che non fosse la banalità del ‘male’: i soldi, la libertà di fare ciò che si vuole. In quel lontano 1991 il delitto da ‘Arancia Meccanica’ dei coniugi Antonio Maso e Rosa Tessari, 52 e 48 anni, a Montecchia di Crosara (Verona), trasformò il loro figlio 19enne nell’icona di una generazione senza valori: quella che aveva perso la voglia di far fatica e voleva solo i soldi, non importava come. Il 17 aprile 1991 Antonio e Rosa stavano rientrando nella loro villetta dopo un incontro di preghiera in parrocchia. Nel buio dell’ingresso, camuffati con maschere da Carnevale, armati con un bloccasterzo e padelle, li aspettavano il figlio Pietro e tre suoi amici, Giorgio Carbognin, Paolo Cavazza all’epoca 19enni, e Damiano B., allora 17enne. Fu un massacro. I due coniugi vennero lasciati a terra nel sangue, i quattro assassini andarono in discoteca, a finire la serata. Con la detenzione, Maso ha vissuto un lungo e travagliato percorso intimo. C’è stata la conversione religiosa, poi un libro, “Il Male ero io” , infine la richiesta di perdono al Santo Padre. “Gli ho scritto una lettera – spiega – che gli è stata consegnata dal mio padre spirituale, monsignor Guido Todeschini. E dopo pochi giorni il Papa mi ha telefonato. Lui e don Guido sono persone sante”. Sulla telefonata di Papa Francesco, Maso racconta: “Erano le dieci del mattino e suona il telefono. Ero con Stefania, la mia compagna, rispondo e sento: ‘Sono Francesco, Papa Francesco’. Preso dall’emozione dico ad alta voce: ‘Santità'”. “Era il 2013 – prosegue – Nella lettera chiedevo scusa per quello che avevo fatto, chiedevo preghiere per i miei colleghi di lavoro che mi hanno accettato nonostante quello che ho fatto, chiedevo una preghiera per chi opera per la pace’. Don Guido Todeschini, il mio padre spirituale, ha consegnato la lettera al Papa e qualche giorno dopo il Pontefice mi ha chiamato”. Maso rivela di aver goduto dell’intercessione di un altro Pontefice, Giovanni Paolo II. A monsignor Todeschini “l’unico che mi tese una mano, Papa Giovanni Paolo II disse: ‘Vai avanti'”. Venticinque anni dopo Montecchia di Crosara, Maso da’ oggi una diversa versione sul movente del delitto. “Adesso che ho scontato la mia pena lo posso dire: io non ho ucciso i genitori per soldi, perché i soldi li avrei avuti lo stesso. Dissi che il motivo erano i soldi perché nel momento in cui abbiamo commesso l’omicidio un mio amico si era fatto fare un prestito ed eravamo sotto con i soldi”. “Ma ho tentato altre volte di uccidere i miei genitori, tentativi andati a vuoto, ma non ho mai pensato di uccidere per i soldi. Io sono stato tanto malato da piccolo e i miei mi dicevano: ‘Non andare a lavorare perché sei malato’. ‘Non uscire perché sei malato’. ‘Pensiamo a tutto noi’. È come essere gay e i tuoi non lo sanno. Ti vedono diverso, hai 13, 14 anni e stai male e non capisci perché. Allora stai in casa e soffri. Forse questo disagio potrebbe essere la risposta a ciò che ho fatto”

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