Il bambino annegato a Fiumicino si è suicidato?

Il bimbo annegato a Fiumicino era seguito da assistenti educatrici culturali. Aveva detto che i genitori che si drogavano davanti a lui e di violenze subìte

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Un bambino di 11 anni e’ annegato ieri pomeriggio nelle acque di un canale di scolo a Maccarese, nei pressi di via di Campo Salino. La segnalazione di quanto stava succedendo e’ arrivata intorno alle 16 alla sala operativa della Questura.

L’autoradio del Commissariato Fiumicino è arrivata in breve sul posto, dove erano già in corso i tentativi di rianimazione da parte di un agente libero dal servizio, abitante nella zona, che ha tentato di portare i primi soccorsi al minore in attesa dell’arrivo dei sanitari del 118, giunti poco dopo. Purtroppo, tutti i tentativi di rianimare il ragazzino sono risultati vani.

Gli investigatori della polizia solo al lavoro per cercare di ricostruire l’accaduto ed individuare eventuali testimoni. Dalle prime ricostruzioni emerge che l’undicenne, dopo la scuola, si sarebbe allontanato dall’abitazione di un familiare e, per cause ancora da chiarire, sarebbe poi caduto nel canale.

Il Corriere in un articolo di Valeria Costantini spiega che il bambino annegato aveva problemi in famiglia:

La polizia di Fiumicino indaga sul decesso, che ha molti punti oscuri. Al momento si battono tutte le piste. Il piccolo potrebbe essere semplicemente caduto nel canale e affogato: i primi rilievi del medico legale non parlano di segni di violenza, almeno non evidenti, ma non si possono nemmeno escludere altre concause della morte. L’autopsia chiarirà i dettagli.

C’è un fascicolo aperto alla Procura di Civitavecchia del pm Alessandra D’Amore.I genitori del bimbo, separati da tempo, svolgevano lavori saltuari: sono stati portati in commissariato per ricostruire la dinamica dei fatti. La famiglia, stando alle prime indagini, presentava alcune criticità. Il piccolo, che frequentava la prima media, era stato seguito a scuola da un insegnante di sostegno e dall’«Assistente educatrice culturale», figura assegnata ad alunni con problemi di ogni genere, dalla disabilità a disturbi cognitivi.

La diagnosi del bimbo non era chiara. Le stesse operatrici però lo scorso marzo avevano segnalato alla scuola e ai servizi sociali una situazione familiare «difficile». Quel giorno lo studente, in uno dei tanti momenti di particolare agitazione, aveva detto piangendo frasi strazianti, angosciose, inconciliabili con i suoi 11 anni: «Non ce la faccio più, ora mi ammazzo».

Aveva detto alle assistenti di un clima familiare duro da sopportare, dei genitori che si drogavano davanti a lui, delle violenze subite: gli investigatori stanno appurando se si trattasse di maltrattamenti. Il piccolo aveva chiesto aiuto, disperatamente e a lungo. Le sue grida però ieri, dalla riva di quel canale, non le ha sentite nessuno.

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