Grazia Letizia Veronese: l’unica custode della voce di Lucio Battisti

I giornali continuano a far passare per pazza la vedova dell’artista che impedisce lo sfruttamento commerciale della sua opera. Ecco perché invece lei ha ragione

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Oggi sul Corriere della Sera si parla di Grazia Letizia Veronese, vedova di Lucio Battisti, e della sua decisione di non concedere i diritti delle canzoni scritte dal più grande autore di musica pop italiano di tutti i tempi. Da anni la Veronese si muove sistematicamente per stoppare qualsiasi «mercificazione a scopo di lucro» dell’opera di suo marito e qualsiasi sfruttamento da lei ritenuto svilente. E questo ha portato a una serie di cause in tribunale con Giulio Rapetti, ovvero Mogol, paroliere per tanti anni di Battisti prima di essere sostituito dalla stessa Veronese (nell’album “E già…”) e dal poeta Pasquale Panella (negli ultimi cinque album).

Grazia Letizia Veronese: l’unica custode della voce di Lucio Battisti

Mogol ha portato in tribunale la società Acqua Azzurra, editrice delle canzoni di Battisti, di cui il paroliere detiene il 9%, ottenendo due milioni di risarcimento in attesa dell’appello. Nell’articolo, a firma di Mario Gerevini, si raccontano una serie di aneddoti in cui la donna è protagonista di contrasti con Gianni Morandi, Pupo ed altri che hanno “osato” cantare una delle canzoni del marito. In questo caso però nessun intervento legale da parte della vedova, ma soltanto pressioni ai due cantanti. Il punto che più preme a Mogol è quello del mancato sfruttamento dei diritti per la pubblicità. La Veronese spiega che il suo punto, apprezzabilissimo, è che vuole che sia fatta la volontà di Lucio:

Lucio, sostiene la moglie, aveva indicato una strada molto stretta per lo sfruttamento delle canzoni. La filosofia è riassunta in un passaggio dove la famiglia (c’è anche un figlio, Luca, 43 anni) si difende, con l’avvocato Simone Veneziano, dall’accusa di aver rinunciato a ricche entrate abbinando canzoni a pubblicità di Fiat, Barilla e Mps. «Lucio Battisti non avrebbe mai consentito che una sua composizione fosse accostata a una casa automobilistica (Fiat), a un’impresa produttrice di pasta alimentare (Barilla) ovvero, peggio ancora, ad una banca (e che banca: Monte dei Paschi di Siena)».

La volontà di Lucio, insomma, non può essere «calpestata per vili motivi di lucro». Barilla, Fiat e Mps ricevettero, puntuale, una telefonata. «Ho iniziato a contattare Barilla — dice Veronese in un interrogatorio — partendo dalle indicazioni sulle confezioni dei prodotti e poi mi passarono da un ufficio all’altro». Alla fine «mi riferirono che non ne sapevano niente». In realtà le pratiche, portate avanti dalle agenzie di pubblicità, si erano arenate di fronte all’implicito rifiuto di Acqua Azzurra.

E sul punto più importante della discussione Grazia Letizia Veronese ha completamente ragione. Negli anni cantanti e gruppi musicali hanno sempre litigato sullo sfruttamento commerciale delle proprie canzoni: c’è chi è sempre stato contrario e chi ha lasciato utilizzare le proprie creazioni per guadagnare di più. Nessuno dei due comportamenti è eticamente riprovevole: ma se la vedova (chi meglio di lei?) sostiene di fare la volontà del musicista, cosa c’è da contestarle?

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I festival, le sagre e il nome di Battisti

C’è poi da segnalare che la vedova si è mossa legalmente anche per impedire l’utilizzo delle canzoni di Battisti per sagre, festival e kermesse a lui dedicate. Anche qui è evidente che la donna ritiene che si utilizzi Battisti (nel paese dove è nato, in quello dove ha vissuto per anni) per uno sfruttamento economico che nulla ha a che fare con l’arte e con gli omaggi. Difficile sostenere che sia in torto.  Meno difficile invece non notare che le varie “lettere aperte” che molti le hanno dedicato – ad esempio Gino Castaldo su Repubblica – hanno tutte un mittente “nascosto”:

Da tempo ormai è noto nell’ambiente musicale, e non solo, il suo ostinato e reiterato rifiuto a concedere qualsiasi possibilità di celebrare, sviluppare, testimoniare, elaborare l’enorme eredità lasciata da suo marito. Legittimo, certo, ma non del tutto comprensibile. Non appena corre voce che qualcuno abbia intenzione di organizzare una manifestazione, un servizio giornalistico, un’intervista a terzi, un festival, una rilettura o quant’altro, lei o i suoi avvocati sono pronti a cercare di impedire in ogni modo possibile, quando è possibile, e per fortuna non sempre lo è, che si porti a termine l’impresa. Le canzoni di Battisti, fosse per Lei, dovrebbero scomparire, non essere cantate da altri, non raccontate, non esaltate come meritano. Vigilare è un conto, e ci rendiamo conto che non è semplicissimo, altro conto è impedire, per principio, di qualsiasi cosa si tratti.

 

Chi vuole “celebrare, sviluppare, testimoniare, elaborare” infatti è proprio Mogol, che ha lanciato o fatto lanciare appelli per “salvare” Lucio Battisti – lo si salvava, di volta in volta, vendendo i diritti a Spotify o organizzando curiosi album di cover di sue canzoni cantati da allievi dello stesso Mogol – che sembravano il ritratto stesso dello “sfruttamento commerciale” che Battisti, come dice l’unica che può saperlo, non avrebbe mai voluto. E allora cosa c’è da lamentarsi?

Chi ha ragione in tribunale?

Andrebbe poi ricordato, come ha fatto Il Fatto Quotidiano, che escono a cadenza periodica appelli sui giornali o articoli sulla vicenda che tendono a descrivere la vedova Battisti come un’originalona, ma intanto il tribunale ha dato torto nel merito a Mogol: la cifra pari a 2 milioni 651.495 di  euro che Mogol dovrà ricevere da Acqua Azzurra Edizioni, in parte di sua stessa tasca quindi, cui vanno aggiunti gli interessi e le spese legali, è stata comminata alla società perché “inadempiente ai contratti di edizione conclusi con Giulio Rapetti Mogol”, ma la sentenza contemporaneamente rigetta la richiesta di danni contro Grazia Letizia Veronese.

Mogol aveva chiesto che Grazia Letizia Veronese fosse condannata a risarcirgli un danno di oltre 8 milioni di euro, per aver ostacolato lo sfruttamento commerciale del repertorio Mogol/Battisti. Il Tribunale di Milano ha escluso che la condotta di Grazia Letizia Veronese abbia integrato un illecito come amministratore della società di edizione musicale che gestisce i diritti di utilizzazione economica del repertorio Mogol/Battisti. Insomma, c’è un giudice a Berlino.

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