Cronaca

L’anestesista dell’ospedale di Treviglio che ha fatto venire i brividi agli italiani

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Un anestesista che si trova nei reparti di terapia intensiva all’ospedale di Treviglio spiega che con l’emergenza coronavirus si è trovato a provare a salvare la vita ai suoi amici, alle persone che quando era bambino conosceva, a chi lo ha aiutato a crescere. E non sempre ce l’ha fatta.

L’anestesista dell’ospedale di Treviglio che ha fatto venire i brividi agli italiani

Nonostante tutto però il suo è un messaggio di speranza: “Noi siamo qui in prima linea ad aspettare che la calma ritorni. E tornerà. La vita ha sempre un significato. Anche in tempi difficili, come questo”

«Dottoressa, dica a mia moglie che la amo»: i malati di coronavirus in isolamento e la paura di morire così

Un medico chirurgo all’ospedale di Treviglio racconta: consegniamo messaggi e bigliettini dei familiari dei malati di coronavirus. Anche lei è lontana dalla famiglia: vede i figli solo da lontano e con la mascherina
La dottoressa spiega al Corriere di Bergamo che a essere intubati ora sono anche i quarantenni:

Adesso dobbiamo intubare i quarantenni. Se domani arrivo io con il diabete, per fare un esempio, vengo dopo di lui. Si discute tanto di eutanasia, ma queste sono persone che, se avessimo i presidi, potrebbero farcela».

E poi spiega lo strazio negli occhi dei malati:

«Ti guarda,il paziente»,dice la dottoressa, 50 anni. In quel momento,il medico non è solo un paio di mani che premono disperatamentesu un torace o infilano un tubo in gola, quando può. È anche l’unico ponte tra il paziente e il mondo fuori. Mogli e mariti, figli e nipoti che aspettano notizie dietro all’enorme vetro dell’isolamento collettivo. «Il paziente sa che cosa sta succedendo, glielo leggi negli occhi.“Dica a mia moglie che la amo” o “mandi un saluto alla mia nipotina appena nata che non ho potuto vedere”, ti dicono. Ai pazienti riportiamo le parole che i loro familiari ci consegnano al telefono, i bigliettini con i messaggie i disegni dei nipotini che ci portano, restando fuori.

Perché chi muore, muore da solo:

Ai parenti, diamo al telefono le notizie dei decessi. Ho dovuto comunicarlo a due figli di un paziente che abitano distanti l’uno dall’altra. Non hanno nemmeno potuto piangerlo insieme. Non dico tenergli la mano, perché nemmeno noi possiamo farlo. Muoiono soli evengono portati in camera mortuaria avvolti in un telo con il disinfettante. Noi medici resistiamo, dobbiamo, ma siamo già vicini al crollo psicologico per la fatica, le ansie, e perché stiamo perdendo amici cari».