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I bambini di Rebibbia in carcere come Fabrizio Corona

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Sapevi che in Italia 58 bambini piccolissimi vivono rinchiusi in un carcere? La loro unica colpa è l’avere una mamma che ha sbagliato e nessun altro parente prossimo disposto a prendersi cura di loro. L’inchiesta di Vanity Fair è volta a far luce proprio sulla situazione del carcere di Rebibbia. Come vivono questi bambini?
I BAMBINI DI REBIBBIA: LA VITA IN CARCERE – Chi sbaglia, paga. E spesso il pagamento consiste nella detenzione in un carcere. E se questa rassicurante regola alla base della nostra società ci permette di dormire sonni tranquilli, forse dovremmo imparare a porci anche un altra domanda: e chi ha come unica colpa l’avere una mamma che ha sbagliato? Questa è la situazione dei bambini della sezione nido del carcere di Rebibbia. Sono dodici, hanno fino a tre anni e molti di loro non hanno mai visto il mondo. Alcuni sono italiani, figli di coloro che hanno compiuto gravi reati che non consentono i domiciliari, ma la maggior parte sono di origini rom: secondo la legge, i campi in cui risiedono non sono considerati un domicilio. L’intervento dei volontari dell’associazione A Roma Insieme porta però un piccolo raggio di sole nelle loro vite. In cosa consiste il loro lavoro?
 

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Foto dal Fatto Quotidiano

I BAMBINI DI REBIBBIA: IL LAVORO DEI VOLONTARI – Ogni sabato i volontari portano questi bambini a passeggiare, al mare o in altri luoghi che altrimenti potrebbero solo immaginare. Assuefatti dalla vita in carcere, la maggior parte si chiede da dove vengano le meraviglie che hanno davanti e i più grandicelli si rifiutano di tornare, consapevoli di vivere rinchiusi. Qualcuno crede che qualunque edificio sia una cella, altri raccontano alle mamme di come fuori sia tutto bellissimo. Purtroppo, queste uscite settimanali per ora sono l’unica alternativa ad una vita di totale prigionia: alcune mamme hanno provato a iscrivere i loro bambini all’asilo nido, ma non esiste un servizio di trasporto adeguato. Come si potrebbe risolvere la loro situazione? A Milano, a Venezia e in Sardegna esistono gli Icam, istituti di custodia attenuata che, per quanto meno duri di un carcere tradizionale, sono sempre troppo rigidi per un bambino. La vera soluzione sarebbero delle case famiglia protette, in cui le madri possono scontare la propria pena insieme al figlio in un ambiente sereno, ma fin’ora si tratta solo di un miraggio. La costruzione di simili istituti è infatti compito degli enti locali, che al momento non hanno neanche gli occhi per piangere. E intanto, questi bambini che fine faranno? Giacinta, mamma rom che dovrà stare ancora un anno e mezzo dietro le sbarre, si sfoga con i giornalisti di Vanity Fair:

Quando torna non vuole più entrare, ha capito che qui siamo rinchiusi, vuole uscire. La mattina si sveglia e piange. L’ho iscritta anche all’asilo nido, ma non c’è il pulmino comunale e non c’è ancora andata. Se noi detenute abbiamo sbagliato dobbiamo pagare. Ma non devi far soffrire anche un bambino piccolo. Per questo vorrei poter andare a casa.

 

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Dalla pagina Facebook “My Angel”

I BAMBINI DI REBIBBIA: E ANCORA PENSIAMO A CORONA? – Fabrizio Corona è diventato ormai l’esempio di agnello sacrificale sul quale tutti si sono sfogati, incarcerandolo ingiustamente mentre politici, magnaccioni, sciachimicari e immigrati ladri di fango sono ancora piede libero. Per quanto il reato di Fabrizio Corona possa sembrare un’inezia di fronte ai clamorosi casi a cui la cronaca nera ci ha abituati, l’uomo sta scontando una pena per un reato commesso davvero e soprattutto commesso per un proprio tornaconto. Invece di esaltarlo come una sorta di Robin Hood paragonandolo alle ingiustizie più disparate, forse qualcuno dovrebbe pensare a chi, a soli tre anni, si trova davvero a vivere in carcere senza avere nessuna colpa.
 

Guarda il video dei bambini di Rebibbia dal Fatto Quotidiano:


Foto: dal Fatto Quotidiano