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"Sei gay? E io ti tolgo la patente"

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Alla visita di leva, nel 2001, dichiarò ai medici militari di Augusta (Siracusa) la propria omosessualità, innescando un iter che lo portò in breve tempo alla sospensione della patente di guida da parte della Motorizzazione civile in attesa della revisione all’idoneità. In sostanza, per la pubblica amministrazione il ragazzo, Danilo Giuffrida, non poteva guidare la macchina perché non era in possesso dei “requisiti psicofisici richiesti”.
DANILO GIUFFRIDA: IL PROCESSO E IL RISARCIMENTO – Ne nacque così un processo contro il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, con una richiesta di risarcimento danni per 500mila euro, ridotti negli anni dal Tribunale di Catania a 100mila euro in primo grado, e a 20mila in appello. Sul caso adesso si è espressa la Cassazione che ritenendo “omofobico” il comportamento della pubblica amministrazione, ha deciso di annullare la sentenza di secondo grado, chiedendo alla Corte d’Appello di Palermo di stabilire un risarcimento più congruo all’entità dell'”offesa” subita dal ragazzo. Ad esprimere grande soddisfazione per questo nuovo capitolo di una vicenda giudiziaria iniziata ormai 14 anni fa è stato l’avvocato di Danilo Giuffrida, Giuseppe Lipera, il quale a suo tempo presentò già ricorso al Tar di Catania che sospese il provvedimento, osservando che l’omosessualità “non puo’ considerarsi una malattia psichica”
IL COMMENTO DI DANILO GIUFFRIDA – “È la vittoria della giustizia, nella quale ho sempre creduto. Ma non è la mia personale, ma di tutta la comunità: sarebbe potuto accadere a chiunque”. Così Danilo commenta all’Ansa la decisione della Cassazione del suo caso per violazione della privacy e discriminazione sessuale. Non sapeva della decisione della Suprema Corte di cui apprende al telefono dal cronista: “ma è vero? Non ci posso credere…”, sono le sue prime parole, rotte da un singhiozzo di commozione. Da 15 anni anni vive con lo stesso compagno, ma “all’inizio è stata dura”, afferma. “Sono stato fortunato – sottolinea – perché ho una famiglia eccezionale, che mi vuole bene e mi ha sempre difeso”. Al di là dell’ esito, “non è pentito” dall’ aver intrapreso l’azione legale: “La mia – spiega – è una battaglia per la libertà e la democrazia, e non contro alcuno, ma contro i pregiudizi. Per questo sono contento di avere fatto ricorso, tanto che lo rifarei ancora…”.