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Martina Levato parla dal carcere di Alexander Boettcher e dell'agguato con l'acido

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“Sì, sono pentita”. Lo dice Martina Levato, la ragazza che con il compagno Alexander Boettcher ha lanciato acido a Pietro Barbini, suo ex fidanzato, qualche giorno fa a Milano. Le confessioni della ragazza sono raccolte dal Corriere della Sera che racconta i primi giorni della ragazza in carcere e il processo per direttissima:

Come se un interruttore sifosse spento. Dopo che i poliziotti sono andati ad arrestarla, alle 3 di notte di quella domenica, in casa dei genitori a Bollate, a Nord della città. E dopo che nell’udienza del processo per direttissima, di fronte al pubblico ministero Marcello Musso, ha quasi urlato: «Sì, l’ho fatto». In quel momento forse Martina s’è strappata dal delirio che insieme al suo amante, Alexander Boettcher,30 anni, sposato con un’altra donna, l’aveva trascinata fino a progettare l’agguato contro Pietro Barbini, 22 anni, ora ricoverato per le «drammatiche deturpazioni» dell’acido sul volto. I medici l’hanno già operato due volte nella speranza di salvargli l’occhio destro. E se il suo compagno di vita e di agguato, palestrato, narciso, che teneva in casa un bisturi per incidere la sua iniziale sul corpo delle ragazze per ora rimane in silenzio, la 23enne studentessa della Bocconi galleggia in una condizione che qualcuno definisce di «vittima colpevole». Colpevole lo è di certo, l’ha confessato. Vittima, forse, lo è per le sue fragilità, il suo passato. Due giorni fa ha visto i suoi genitori: «Mi hanno molto confortata — ha raccontato— dopo l’udienza in tribunale non ero neppure riuscita a salutarli».

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Martina Levato e Alexander Boettcher: il carabiniere ritrova l’acido muriatico (Foto da Il Gionale)

Il quotidiano racconta anche di un tentativo di suicidio da parte della ragazza:

Nel passato di Martina, durante le vacanze dello scorso luglio in Calabria, c’è un tentativo di suicidio. In quel periodo usava prodotti dimagranti molto potenti comprati online, «era stato Alexander a indicarli e in qualche modo la spingeva a prenderli» hanno raccontato i genitori. Ingoiò molte pastiglie di Tavor e ai medici ha spiegato che soffriva in modo insopportabile per la separazione dal suo compagno, che era in vacanza altrove. E questo è forse il più evidente segnale di quell’attaccamento morboso e ossessivo che si era sviluppato tra i due amanti: per lui emergeva come ansia di possesso e sottomissione della ragazza; in lei alimentava invece un continuo terrore di essere abbandonata. Non è ancora una diagnosi, ma gli psichiatri del carcere parlano di una personalità «con tratti sia dipendenti, che passivo-aggressivi». Che significa: comportamenti di sottomissione, paura della separazione; aggressività covate e latenti.

La ragazza però continua a sostenere di aver organizzato da sola l’agguato. Cerca ancora di coprire Alexander?