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Minorchine: come sono nate le scarpe più brutte d'Europa

Minorchine

Se dobbiamo discutere, mettiamoci d’accordo subito: sì. La bellezza è un concetto soggettivo. Nonostante ne fossi convinto già da qualche anno, ho potuto constatare la veridicità di ciò quest’estate a Minorca, quando un’epidemia – una di quelle che colpisce maggiormente i soggetti che rispondono alle tag “italiano; lampadato; camicia; bianca” – mi si è presentata davanti. Migliaia di uomini, donne e bambini con indosso quella che io definirei come la più brutta calzatura dai tempi dei romani: la minorchina, o albarca. Io la odio, ma tutti la comprano: ecco la soggettività!
CONOSCI LA LORO STORIA?  Preso dalla disperazione, impossibilitato anche a godermi la vacanza per le mille domande sulle albarques, ho deciso di scavare a fondo nella storia di questi obrobri che, a voler creare un ossimoro, piacciono. Nel centro di Ciutadella, l’agglomerato cittadino più antico e “tipico” dell’isola, seduto davanti a un negozio di minorchine, conosco Xavier, uno spagnolo di ottantadue anni che mi ha raccontato di tutto, perfino di come sgozza le galline – e, fidatevi, non è una bella storia -, ma non ha accettato, da vero uomo d’onore, di farsi un selfie con me. Comunque poco male, è esattamente come ve lo immaginate, ma senza il cappello di paglia. Vista la mole di turismo che ospita Minorca da qualche decennio, Xavier parla uno spanish-italian che mi permette di “parlares essendos capitos”. Non sentendomela di dirgli che userei le Minorchine solo per camminare su delle braci ardenti, mi comporto da ottima groupie della calzatura e grazie a questo atteggiamento – mi piace pensarla così – scopro tantissime cose.

minorchine
Sinceramente, non le trovi brutte?

LE USAVANO I PASTORI  Per esempio, come immaginavo, che le albarques non sono nate per deliziare tamarri alla scoperta del mondo, ma per pura necessità: visto il caldo, agli abitanti dell’isola, in gran numero pastori come Xavier, suo padre, il padre di suo padre, eccetera, servivano delle calzature economiche, robuste e fresche allo stesso tempo. Così, con una base di gomma che prendevano dalle ruote esauste dei trattori e il resto del sandalo con la pelle animale, si costruivano da soli le minorchine. Tutte dello stesso colore, ovviamente. Lavorare nei campi è diventato trendy solo nel duemila. Ringraziato Xavier – soprattutto per la storia delle galline, che non mi farà dormire per le successive due notti – posso continuare il browsing per il centro storico, notando che adesso, invece, le minorchine sono diventate un po’ come le Converse, forse anche a causa di una richiesta straordinaria da parte dei turisti, in quanto si possono trovare di qualsiasi fantasia o colore.
E QUANTO COSTANO?  Costano dai 10€ – quelle “tarocche” – ai 30€ e si possono trovare ovunque sull’isola, anche se queste, in qualità di ricordo di una vacanza, acquistano un maggiore valore se comprate in un negozietto tipico del centro storico, interamente scavato nella roccia, come Llonga’s. Nonostante un’umidità che sfiora il 106%, l’ambiente è suggestivo: una caverna piena di minorchine, in cui non si possono fare foto (ma io può, di nascosto). Qui si possono trovare le albarques minorquine originali, prodotte dagli artigiani dell’isola. Ora che ho, finalmente, delle risposte, posso tuffarmi nelle acque cristalline di questa perla del Mediterraneo.