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Qual è il modo peggiore di morire?

modo peggiore di morire

Spiace dover dare una cattiva notizia, ma la morte è inevitabile. E mentre su questo il consenso è unanime, scienziati e filosofi non sono ancora riusciti a mettersi d’accordo su quale sia il modo peggiore di abbandonare la vita, quello da evitare a ogni costo. Per sgombrare il campo da equivoci, intendiamoci innanzitutto sul cosa significa “modo di morire”. Quando il medico redige un certificato di morte, è tenuto a certificare tre specifiche categorie: la causa, la dinamica e le modalità. E’ la causa quella che ci sta a cuore: la malattia o la ferita che innesca una catena di “demolizione” del corpo, come accade, poniamo, se ci sparano con un fucile. Perché paventiamo la morte? Per il dolore che ad essa si associa.
MORIRAI CON DOLORE – Il dolore va però contestualizzato. Prendiamo il parto: i dolori del travaglio non sono uno scherzo, ma la donna sa che si tratta di una condizione a termine, che ha un senso e uno scopo, e sa che il risultato sarà un evento splendido come la nascita. Per questo le donne che partoriscono sono in grado di sopportare livelli di dolore più alti di quelli che affronta un malato di cancro, che sa che la sua vita sta andando verso la fine, e che il dolore potrebbe aumentare. Certo, la sensibilità al dolore è soggettiva, ma bisogna anche distinguere tra dolore nocicettivo – il processo in base al quale uno stimolo lesivo è percepito a livello periferico e trasmesso al sistema nervoso centrale – e dolore neuropatico – il dolore cronico provocato dal fatto che, per diversi motivi, le fibre nervose trasmettono ai centri del dolore posti nel cervello segnali errati, che fanno avvertire dolore anche in assenza di un danno reale. Questo è quanto accade nell’alcoolismo e  nella sclerosi multipla, ma anche nella demenza.
MORIRE CON SUPPLIZIO MULTIPLO – Qualcuno ha fatto della tortura un’arma potente di controllo sociale, dall’Inquisizione agli scagnozzi dei dittatori latinoamericani (e non solo). Ma anche quando veniva applicata la pena capitale non si guardava tanto per il sottile: nel medioevo gli impiccati morivano strangolati, e potevano impiegare fino a dieci minuti a rendere l’anima; quando poi non veniva somministrato il supplizio “multiplo” consistente nell’impiccare, castrare, squartare e infine decapitare il condannato. Questo si faceva nell’Inghilterra elisabettiana nei confronti di chi era riconosciuto colpevole di alto tradimento: i resti erano poi esposti allo sguardo del pubblico perché tutti si dessero una regolata. La decapitazione, invece, punizione rapida e “pulita”, era privilegio della nobiltà, re e regine innanzitutto.
MORIRE CON I FARMACI – Oggi le esecuzioni capitali avvengono in modo meno barbaro, ma recenti studi indicano che i cocktail di farmaci ritenuti un metodo “umano” di eliminazione del condannato non avrebbero l’effetto anestetizzante che si credeva; sempre meglio della sedia elettrica, comunque, che frigge il cervello con migliaia di volt e brucia la pelle. E il condannato non viene anestetizzato preventivamente, anche se a morire si fa presto. E’ comunque quasi certo che tutti noi moriremo per malattia, quindi in modo più lungo e doloroso di quanto accada a chi viene giustiziato sulla sedia elettrica. La principale causa di morte in Italia, stando ai più recenti dati Istat, è una malattia del sistema cardiocircolatorio (infarto e ictus, che spesso non causano la morte immediata), seguita a ruota dal cancro.
IL SUICIDIO – Resta sempre la scelta del suicidio, con tempi e modi che in alcuni paesi sono civilmente regolamentati. A meno che non si convenga con Dorothy Parker: ” I rasoi fanno male, i fiumi sono umidi, l’acido macchia, le droghe danno i crampi, le pistole sono illegali, i cappi cedono,il gas strapuzza… Tanto vale vivere“. Eppure il modo forse peggiore di morire (e di vivere) è arrivare alla soglia dei cento anni, evento tutt’altro che raro in questi tempi di uso e abuso di farmaci (in Italia le persone che hanno raggiunto e persino superato i cento anni sono più di 16mila, di cui ben 13mila donne e solo 3mila uomini. Perdere progressivamente funzioni vitali, mobilità e rilevanza sociale e umana, sapendo che l’unica prospettiva che ci si trova ad affrontare è sparire dalla faccia della Terra, è desolante.
IL MODO PEGGIORE DI MORIRE – Riassumendo, per chi vive al giorno d’oggi morire è una faccenda  lenta e terrificante, rispetto a quando, pochi secoli or sono ma ancora oggi nel terzo mondo, la morte falciava legioni di viventi senza guardare tanto per il sottile. Ma la buona notizia è che oggi la medicina dispone di farmaci in grado di ridurre drasticamente il dolore, come gli oppiacei, e ne fa un uso abbastanza generoso. La terapia del dolore è diventata una branca fondamentale della scienza medica e farmaceutica.  In definitiva, qual è il modo peggiore di morire? Quello, ahinoi, più comune: tirare le cuoia in ospedale, dopo lunga malattia, probabilmente da soli e di notte.  E le droghe potranno anche istupidirci e mascherare il dolore, ma quello che conterà, alla fine della recita, sarà soprattutto il nostro stato d’animo, il modo in cui affronteremo l’ultima grande esperienza della nostra vita: quella di abbandonare l’esistenza. Gravati dell’ipoteca che le religioni assortite hanno posto sull’aldilà, presunta sede del giudizio universale, della punizione (o magari della remunerazione) eterna. Ma il vero interrogativo di ognuno è: che ne sarà di me?
PENSATE ALLA MORTE – Forse più che del sedativo avremmo bisogno di un po’ di filosofia; come dice lo scrittore Paulo Coelho, “le persone pensano molto poco alla morte. Passano la vita preoccupandosi di vere e proprie assurdità, rimandano cose, trascurano  momenti importanti. Se pensassero un po’ di più alla morte, non tralascerebbero mai di fare quella telefonata che manca. Sarebbero un po’ più folli. Non avrebbero paura della fine di questa incarnazione – perché non si può temere qualcosa che accadrà comunque. Gli Indios dicono: ‘Oggi è un giorno buono come qualsiasi altro per lasciare questo mondo’. E uno stregone commentò una volta: ‘Che la morte sia sempre seduta al tuo fianco. Così, quando avrai bisogno di fare qualcosa di importante, essa ti darà la forza e il coraggio necessari’”.